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Shi (Si faccia): Regia di Cecilia Ligorio

SHI (Si faccia) opera da camera ispirata alla vita di Padre Matteo Ricci con libretto di Cecilia Ligorio.
 
Una nuova commissione a Carlo Boccadoro e Cecilia Ligorio per conoscere il maceratese Padre Matteo Ricci, l’intellettuale occidentale più importante per la cultura cinese. Macerata e Pechino, che distano migliaia di chilometri, diventano vicine grazie all’attualissimo potenziale di dialogo tra civiltà che è la più preziosa eredità lasciata dal coraggioso gesuita.
 
20, 26 luglio – 2*, 9 agosto – ore 21 – Teatro Lauro Rossi – Macerata
 
*2 agosto: Serata con audio – descrizione in collaborazione con Università di Macerata, Unione Italiana Ciechi e Museo Tattile Statale Omero

Lo spettacolo durerà 75 minuti senza intervallo.

  • Il viaggiatore
    Simone Tangolo
  • Matteo
    Roberto Abbondanza
  • L'uomo che guarda
    Bruno Taddia
  • Pianoforte
    Andrea Rebaudengo
  • Pianoforte
    Paolo Gorini
  • Tekraktis Percussioni Ensemble
    Gianluca Saveri
  • Giulio Calandri
  • Cecilia Martellucci
  • Direttore
    Carlo Boccadoro
  • Regia
    Cecilia Ligorio
  • Regista collaboratore
    Benedetto Sicca
  • Video
    Igor Renzetti
  • Assistente volontario
    Tomaso Santinon
  • Progettazione di scene costumi e luci
    Accademia di Belle Arti di Macerata
  • Responsabile progetto
    Enrico Pulsoni
  • Responsabile scenotecnica
    Benito Leonori
  • Responsabile luci
    Francesca Cecarini
  • Responsabile costumi
    Giancarlo Colis

SINOSSI DI SHI (SI FACCIA)

Cenni biografici. Il 10 settembre 1583, trent’ anni dopo il primo tentativo gesuita di insediarsi in estremo oriente, operato dal padre Francesco Saverio della Compagnia di Gesú, un giovane padre di nome Matteo Ricci riesce ad ottenere il permesso per entrare in Cina, terra che non avrebbe mai più abbandonato, che avrebbe imparato a conoscere, a far conoscere. Nato a Macerata nel 1552 da una ricca famiglia di commercianti, viene indirizzato dal padre verso studi di diritto, ma abbandona senza permesso della famiglia la giurisprudenza per entrare in noviziato. Nel ‘77 entra nel Collegio Romano, dove riceve una formazione d’eccellenza in ambito umanistico e scientifico, e dove viene notato per le sue capacità speculative e mnemoniche dal padre Cristoforo Clavio. Le sue doti intellettuali ne fanno un candidato privilegiato per le missioni di evangelizzazione nelle terre più ostili all’indottrinamento cattolico e nel ‘78 viene mandato a Lisboa per salpare verso l’ Oriente. Arrivato a Macao, il visitatore Valignano, responsabile delle missioni gesuitiche d’Oriente lo assegna alla missione più difficile, quella cinese. Il suo, sarà un lungo e faticoso viaggio senza ritorno verso il cuore di un paese sconosciuto, di una cultura mai prima investigata, viaggio nel corso del quale fonderà quattro residenze (Zhaoquing, Shaozhou, Nanchang e Nanhino), pubblicherà numerosi libri, perderà più volte la speranza e tesserà profondi rapporti di amicizia e stima. Il 24 gennaio del 1601, 18 anni dopo il suo ingresso in Cina, per decreto imperiale, verrà ammesso a Pechino, dove vivrà fino al giorno della sua morte, l’11 maggio 1610.

Costruire ponti. Ricci, come del resto il mentore Valignano, credeva che per poter essere ascoltati dai cinesi, si dovesse innanzi tutto conoscere a fondo i cinesi, conoscerne la lingua, conoscerne i modi, le tradizioni, le credenze, le paure. Ricci e i suoi compagni sono i primi a riuscire a trovare ed attuare una forma di comunicazione interculturale tra Europa e Cina. Ricci credeva che il miglior modo per evangelizzare la Cina fosse arrivare a convertire la classe dirigente. Si dava il caso che, nella Cina del sedicesimo secolo, il governo fosse retto dai letterati. Mandarini ed eunuchi, infatti, erano uomini di cultura che per accedere alle cariche pubbliche dovevano superare pesantissimi esami di stato, strutturati sulla perfetta conoscenza dei testi della filosofia di Confucio. Ricci riteneva, a ragione, che la sua profonda cultura di matematica, scienza, geografia, filosofia, astronomia e letteratura potesse creare una certa curiosità nella classe dirigente cinese e per tutta la sua vita si prodigò nella divulgazione e condivisione del suo sapere. Negli anni della sua missione, scrisse numerosi testi volti a far conoscere l’occidente all’oriente, e viceversa.

L’Imperatore. L’esperienza di Ricci in Cina coincise con l’impero di Wanli, della dinastia Ming. Wanli fu l’uomo alla cui conversione Li Mandou (nome cinese di Ricci) orientò tutta l’attenzione, il lavoro, le sofferenze. Il suo obiettivo divenne negli anni aprirsi una strada verso Pechino. Wanli, detto anche Il Tianzi, figlio del cielo e signore legittimo del mondo, era salito al trono all’età di nove anni e in età adulta si era ritirato progressivamente dalla vita pubblica e dal governo del paese. “Al re in questi nostri tempi nessuno parla, se non gli eunuchi, che stanno nell’intimo del palazzo, e lasciando quello che gli fanno questi eunuchi là dentro, che non fa tanto al nostro proposito, tutti gli altri gli parlan solo per memoriale.” Scriveva lo stesso Ricci in Descrizione della Cina. L’immagine che ne da Ricci all’inizio della sua esperienza Cinese nelle lettere a Valignano non è positiva, ma tenderà a migliorare negli anni. Il Wanli era vittima di una paura sorda, sommersa da lussuria e sfarzo, che lo aveva obbligato a scegliere di vivere in volontario esilio nelle sue stanze all’interno della Città Proibita. Giunta all’imperatore le notizia dei missionari gesuiti nel paese, fece spiare Ricci per giorni dagli eunuchi. Ricci dal canto suo, negli anni, aveva inviato molti regali preziosi alla corte per propiziarsi un incontro con Wanli. Incontro che avvenne nel 1601. Nel gennaio 1601 lo straniero Ricci viene chiamato a corte con il compagno Diego Pantoja. L’imperatore, che non uscirà mai dalla sua stanza, ne vuole il ritratto e ordina ai suoi pittori un’immagine a dimensione naturale, per conoscere il volto del costruttore dello strabiliante orologio e del Manicordio, che aveva ricevuto in dono e delle mappe del mondo, che erano giunte in precedenza nelle sue mani. Così inizia questa intensa e privilegiata relazione tra il missionario e l’uomo più importante dell’impero Cinese. Relazione sottile, di stima e curiosità, che mai avrà luogo in presenza, ma che marcherà l’intero operato di Ricci. I confratelli gesuiti raccontano che l’ultimo pensiero di Ricci fu ancora per quell’imperatore di Cina che si era sottratto all’incontro. Wanli, ricevuta la notizia nella morte di Ricci, non si sottrasse alla richiesta presentata da padre Pantoja, di sospendere per il Xitai Li Mandou, le leggi secolari della Cina che prescrivevano, per gli stranieri morti in terra cinese, di essere spediti e seppelliti nel paese di provenienza. Il maestro dei riti scrisse: “Poiché Ricci è vissuto all’ombra di vostra maestà cosi a lungo da considerarsi cinese, e poiché vostra maestà aveva consentito a lui di vivere mantenuti dallo stato, come permetterà che resti insepolto? Il Pantoja e i suoi compagni desiderano che la morte corrisponda alla vita. Perciò la vostra grande clemenza si estenda ai morti come ai vivi.” Wanli intinse la mano nel pennello e scrisse di suo pugno “si faccia!” : Shi.

Shi (Si faccia)

Un uomo che amava conoscere gli uomini

 «Sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama», scriveva nel 1927 Joseph Conrad nel suo romanzo La linea d’ombra: questa frase, che ha ispirato Cecilia Ligorio nella stesura del suo lavoro, può ben riassumere le storie dei protagonisti del Macerata Opera Festival 2017, sia quelli in scena sia le figure che puntellano il legame con la città. Primo fra tutti Matteo Ricci, gesuita maceratese che alla fine del Cinquecento riuscì ad attuare una fruttuosa forma di comunicazione interculturale tra Europa e Cina, basata oltre che sul dizionario anche sulla cultura e sullo scambio di conoscenze; ammesso alla Corte Imperiale a Pechino, Ricci fu il primo occidentale ad essere sepolto il Cina per volere dell’Imperatore che, dopo averlo considerato in vita un interlocutore rispettabile e apprezzato, vergò la richiesta di sepoltura scrivendo: “Shi”, cioè “si faccia!”.

Figura mitica è ancora presentissima nella cultura cinese con il nome di Li Madou, diviene oggi protagonista del teatro musicale contemporaneo con una nuova creazione su libretto di Cecilia Ligorio e musica di Carlo Boccadoro, che ha scelto di scrivere la sua partitura «per due pianoforti e percussioni, organico che ritengo funzionale ai rapporti psicologici dei personaggi resi attraverso l’astrazione musicale»; la parte di Padre Ricci è affidata a un attore e poi a due baritoni «che, con la stessa tessitura, risultano omogenei e praticamente interscambiabili affinché, data l’unicità della persona, le due parti si fondano spesso insieme diventando quasi una voce sola».

«I tre personaggi del libretto sono tutti Matteo» – spiega Ligorio – «Il viaggiatore incarna il Matteo più giovane, quello che sta per partire, legato all’origine della vocazione, della necessità e della scelta del partire. L’uomo che guarda incarna il dubbio, la difficoltà di accettare la vita tale come si dipana, indipendentemente dai nostri desideri di fronte a noi. Rappresenta la lotta che ognuno di noi è costretto a fare nel proprio presente per sostenere la realtà del proprio presente. Matteo è l’uomo storico, l’uomo che invecchia, che muore. Questa piccola trinità costruisce una famiglia immaginaria, onirica, ma fondamentale per costruire gli equilibri e i contrappesi, i patti a cui si deve segretamente scendere per attraversare la solitudine di un’esperienza di vocazione così radicale. Nasce un dialogo intimo che diventa forma di sopravvivenza necessaria per superare le proprie paure e le proprie resistenze».

La terra e la carta sono le due materie alla base del progetto scenico curato dall’Accademia di Belle Arti di Macerata, che propone un Oriente narrato in maniera non didascalica, ma mediante impressioni e suggestioni concettualmente legate alle vicende del protagonista.

Nella musica di Boccadoro l’Oriente non è fatto di citazioni o facili immagini “da ristorante cinese”, non contiene riferimenti “pucciniani” né si affida a stilemi di vecchia avanguardia: «All’ascolto– sottolinea il compositore – ci si deve accostare sempre senza pregiudizi; la musica per Shi è una musica come qualsiasi altra; è ascoltabile da chiunque, anche da chi non è abituato al linguaggio contemporaneo; ho molto rispetto del pubblico e so di rivolgermi a persone intelligenti che sapranno capire la complessità di una partitura» (f.t.).

Le date

  • Giovedì 20 LUG ore 21:00
  • Mercoledì 26 LUG ore 21:00
  • Mercoledì 2 AGO ore 21:00
  • Mercoledì 9 AGO ore 21:00

Foto di Alfredo Tabocchini

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